Un tempo per sperare – futuro interiore, di Michela Murgia

La terra straniera dalla quale parte Michela Murgia, in questo denso Futuro interiore (Einaudi, 2016), non è la pur maltrattata Sardegna, le cui brulle terre e meravigliose acque fanno da sfondo costante, non detto. È la sua età anagrafica, che le permette un carotaggio sui quaranta-cinquantenni. Ma quasi a scardinare il teorema della sua coetanea Jean Twenge (Generation Me), secondo cui già i nati negli anni settanta sono invischiati nel culto dell’Io, divinità pagana eretta nel tempio del Mercato dopo lo sfacelo delle Contestazioni incompiute, la Murgia non guarda all’ombelico rifatto dei suoi coetanei, ma fuori dalla finestra. “Non sapendo quando verrà l’alba, io spalanco ogni porta”, scriveva la Dickinson: forse davvero ci vuole uno sguardo femminile, un pensiero femminile, una intuizione della parte femminile di ciascuno di noi, per rivedere la cura per ciò che è Comune. 


Un libercolo veloce, come generalmente le Vele einaudiane, propone argomentazioni serie e non scontate. La prima: pensare una cittadinanza libera dal giogo (e dal gioco al massacro) delle identità, nella quale si sveli la menzogna della cosiddetta integrazione che maschera una assimilazione vuota e cieca – la tolleranza già denunciata da Pasolini. In una Europa in cui le merci hanno libero passaggio ovunque e le persone invece debbano essere filtrate per non rovinare equilibri demografici e politici – è una sorta di imperialismo al contrario -, ius sanguinis e ius soli sono categorie obsolete. Esistono tuttavia “stati in gestazione” che stanno elaborando percorsi di autodeterminazione: sono esperienze con una storia reale (Catalogna, Transnistria, Scozia, Sardegna…), in cui cioè l’appartenenza non viene inventata, come nel caso della razza Piave. La strada suggerita è quella percorsa dal Canada, in cui centrale appare il coinvolgimento in una comunità affinché essa possa essere scelta. Tra il suolo e il sangue si situa dunque un progressivo movimento di deliberazione, che non può che partire dalle aule scolastiche.

Il secondo ragionamento riguarda gli spazi urbani, la loro bellezza e capacità inclusiva/democratica. Trovo interessante la necessità di rammentare come la bellezza di cui si dice abitata l’Italia sia per lo più nata in regimi abitati da profonda ingiustizia sociale, siano essi monarchici, curiali o dittatoriali. Al contrario, poi, la Repubblica non ha prodotto luoghi belli, adatti alla convivenza, ma quartieri dormitorio destinati ad essere sempre e comunque periferia. Possibile una via di mezzo? Possibile un ritorno alla piazza che non sia solo “del mercato”, ma che costituisca un luogo disordinato, abitato da diversità etniche e generazionali che convivono? La Murgia porta due esempi concreti, vivi. E mi viene in mente tutto il lavoro sotterraneo di Marianella Sclavi.

Il terzo passaggio riguarda il potere. È immaginabile senza una gerarchia? E una gerarchia senza violenza, tacita o agita che sia? Michela Murgia suggerisce come la storia delle donne contenga esempi di gestione non violenta del potere, perché storia di emarginazione e di alleanza tra emarginati. Mi viene in mente David Maria Turoldo, a colloquio con don Lorenzo Milani: concepisco la gerarchia come paternità. E, insieme, la lezione di Socrate: uomo buono è colui che obbedisce a sé stesso e a chi ritiene degno di comando. I padri e un filosofo – pur attento al femminile: questa via nuova al potere non è questione di sole donne. E gli esempi portati nel testicciolo lo confermano. Si tratta piuttosto di rinunciare ad una visione genitale del potere, una potenza inseminatrice che si gioca sul presunto carisma e sulla Soluzione continua, calata dall’alto. Qualunque processo partecipativo, compresa la Rete, deve riscoprire la pazienza, questa sì femminile, del lento coinvolgimento.

Disconoscere la scuola


Osservo le ragazze del Cornaro, o del Gramsci, in fila alla macchinetta delle cicche. Attendo il verde e penso alla vibrazione dell’ultimo giorno di scuola prima dell’estate, della settimana finale dell’anno.

Durante un collegio docenti, anni fa, feci la proposta – assurda – di non comunicare l’ultimo giorno di scuola, ma solo un range di possibili ultimi giorni. E poi, una mattina di punto in bianco, comunicare che la scuola è terminata e che da domani si sarebbe stati a casa. La ritualità del meccanismo scolastico, abbinata al caldo di maggio (non quest’anno), crea una situazione eisteniana per cui l’ultimo mese di lezioni si addensa sino a diventare una nota a margine del giorno finale. I tempi si costringono, gli spazi anche e tutto sembra andare alla velocità della luce, almeno per chi sta al di qua della cattedra. Per i ragazzi, probabilmente, vale la percezione opposta.

Penso che una riforma della scuola, almeno superiore, debba usare un unico criterio: costruire un sistema di apprendimento che non sia in nulla riconoscibile dalle generazioni adulte, dai genitori e dagli osservatori-commentatori, quelli che si sdilinquiscono in amare note sulla sostanziale inadeguatezza della scuola. Si tratterebbe di ripensare spazi e tempi della didattica in modo da condurre l’adulto-medio-interessato ad esclamare: ma è scuola, questa?

Penso sia necessario por fine alla falsa credenza per cui la scuola è come il lavoro. Nella retorica esausta attraverso cui i docenti cercano di condurre i ragazzi a stare sul libro, torna regolare il ricatto secondo cui quanto si stia facendo per il vostro bene sia allenamento al mondo del lavoro, che intende il dovere eteronomico al quale gli alunni sono sottoposti come il corrispettivo del posto di lavoro degli adulti, in primis gli insegnanti. Invero, non ci preoccupiamo come docenti di conoscere   l’immaginario giovanile del lavoro, l’esperienza quotidiana famigliare dei lavoratori che ragazze e ragazzi frequentano. In un consiglio di classe non è raro che la maggior parte di noi non sappia nemmeno se uno di loro svolga una qualche lavoro, o come si dice, lavoretto, per contribuire al bilancio di famiglia. I più avveduti di noi al limite sanno che l’iter formativo di un giovane occidentale sta divenendo sempre più lungo, e che master e stage e tirocinii e altro spostano parecchio in là l’inizio di una prestazione a contratto e che preveda un salario.

Che la scuola poi debba essere occasione di fatica, travail, non è altro, spesso, che la proiezione della nostra insoddisfazione di adulti, o della memoria della nostra esperienza scolastica. Persino colleghi più giovani, o forse perché tali, entrano in classe con il cipiglio di un ufficiale al fronte nella Prima guerra – descrivibile da Lussu – con l’obbiettivo di far fare fatica. Non era raro che tali ufficiali mandassero poi i soldati-contadini a maciullarsi sui cavalli di frisia, con corazze ridicole e moschetti ottocenteschi. Dulce et decorum est.

Puntare a creare una condizione di apprendimento tale per cui la fine della scuola sia anche un dispiacere. Possibile? E possibile non solo, come è oggi per molte ragazze e ragazzi perché la scuola salva da una certa solitudine, ma perché – come in talune settimane estive scoutistiche o parrocchiali, una bella esperienza sta finendo e già se ne sente la mancanza? Perché non possiamo osare una cosa del genere? Si badi, non sto invocando una trasformazione in senso meramente relazionale del binomio docente/studente. Non sto menando il cane nell’aia del buonismo, qualunque cosa ciò significhi. La scuola potrebbe mancare non solo perché si sia “stati bene”, questo potrebbe del resto già accadere. Ma perché si sia piuttosto percepito il periodo precedente come pieno zeppo di cose utili, o anche inutili, purché belle. Perché ne siamo riusciti a fare un gioco, o vero qualcosa di piuttosto serio. O questo vale – valeva? – solo per la materna?

Scardinare l’immagine consueta della scuola significa gettare le basi per una nuova alleanza con i genitori, che dovrebbero essere portati a comprendere da zero il senso dell’azione didattica ed educativa. Dovremmo attendere una domanda, che certo non arriverà in modo gentile e curioso, ma scandalizzato. Ma a questa domanda, sincera, si può arrivare solo se il bene più prezioso per queste persone, cioè i loro figli, avranno percepito la possibilità di una loro, di figli, alleanza con quegli altri adulti, meno accudenti e persino esigenti, che sono i docenti. Perché un sistema secondario che nella migliore – penso ora ai licei, di cui ho esperienza – prepari all’università e al lavoro (e nella peggiore esegua le stesse operazioni meccaniche sulla base delle indicazioni nazionali, o vero quanto di più disincarnato appaia all’orizzonte) è un sistema votato al fallimento. A meno che, rimanendo le cose esattamente così, non si decida per esempio, che l’ultimo o il penultimo (che poi diverrebbe ultimo) anno di liceo non sia solo e unicamente dedicato al superamento dei test accademici. Ma questo non si vuol fare, e a ragione, per non svilire l’insegnamento. Ma nello stesso tempo, non si vuol capire che così com’è l’insegnamento non funziona.

Si parla di didattica delle competenze, come del possibile cambiamento. Potrebbe essere una strada per modificare le cose nell’unico modo possibile, e cioè lentamente. Ma si badi alla ipotesi ad hoc ingegnata: per mettere in pratica il saper fare, o addirittura per il saper essere, è necessario prima – dicono i colleghi apparentemente aperti al cambio di paradigma – accumulare un sapere. E cioè ancora le solite nozioni. Che non son solite perché già sentite, per quanto ciò sia probabile, ma perché si tratta di un solito parlare per poi sentirsi ripetere. La modalità, anche con le LIM, è identica alla scuola fine ottocentesca. E quando mai arriverà il tempo del poter – prima del saper – fare?

Un lavoro, poco fa


In occasione della Festa del Primo Maggio 2016, pubblico le conclusioni dell’ultima edizione della Scuola del Legame Sociale – conclusasi nel luglio scorso, centrata sul tema del lavoro. Sono stato solo il redattore di uno sforzo collettivo.

Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.

E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.”

(C. Peguy, 1914)

“Nell’esaltazione del «lavoro», negli instancabili discorsi sulla «benedizione del lavoro» vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode delle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. In fondo, alla vista del lavoro – e con ciò si intende sempre quella faticosa operosità che dura dal mattino alla sera – si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare.”

(F. Nietzsche, 1881)

Le citazioni di Peguy e Nietzsche non sono di oggi, ma riassumono efficacemente le contraddizioni dell’oggi e il primo tema del biennio, rappresentato da due delle domande iniziali:

• è possibile parlare di lavoro non più in termini di diritto-dovere?

• è attuale riconciliare le parole “lavoro” e “impegno”?

Le altre due domande-guida sono state:

• è possibile ritrovare e rinnovare il lavoro attorno al legame sociale?

• come ritrovare un patto intergenerazionale fondativo di una nuova cultura del lavoro?

Le considerazioni di queste pagine riflettono solo in parte la ricchezza del dibattito e la complessità dei contenuti emersi, ma riteniamo siano una sostanziale e condivisa sintesi delle principali linee di riflessione.

Labor è fatica. L’etimologia suggerisce il sudore della fronte. La radice è LABH, che è usare forza per ottenere qualcosa, da RABH; il sanscrito RABBHUS è colui che imprime forza, l’artefice scultore. Da qui il boemo ROBOT, lavoro servile, lavoratore di fatica.

Il lavorare tiene insieme la fatica del travaglio, la pena, che rimane nel termine francese e porta con sé il senso della “maledizione biblica”, con l’idea della robustezza, che giace nella radice sanscrita, intesa come costanza e resistenza verso un obiettivo.

Le parole nascono dalla carne e dal sangue. E la parola lavoro ha a che fare con l’azione di trasformare materiali dati dalla natura. Possiamo supporre che questa operazione avesse come primo scopo la sopravvivenza o il miglioramento della condizione di vita: contadini e artigiani.

In questo senso l’azione è, dicevano i greci, póiesis, produzione: il lavoratore ha un progetto in testa, conosce gli strumenti e, applicandoli con maestria (téchne) ottiene quel che aveva immaginato. Il greco non distingue tra la produzione di una cassetta di zucchine o la Venere di Milo, la pulizia di una strada o un’operazione a cuore aperto. In tutti i casi è azione poietica e, se fatta bene, arte.

Ciò che produco, il risultato dell’azione faticosa, possiede un valore.

Prima di misurare questo valore con quell’elemento di universale interscambio, che è il denaro, il lavoro possiede un altro tipo di valore. È quello che ci permette di trovare le differenze tra una cosa ben fatta ed una raffazzonata. Chiamiamolo valore poietico o artistico.

In esso convergono alcuni elementi

• la consapevolezza di un BISOGNO (perché mi metto all’opera? Per qual motivo intendo realizzare questa operazione?) – può essere la fame, il desiderio di costruire qualcosa che migliori una situazione umana, la manìa artistica che non ammette freni, perché è voglia di creare (un quadro, una poesia, una fotografia);

• la PERIZIA tecnica, come conoscenza dei materiali e degli strumenti, capacità di stilare un progetto realistico e un programma di realizzazione adeguato, abilità nel riconoscere il prodotto finito come “perfetto”, creatività;

• la RESISTENZA, come pazienza e convivenza con la fatica, misurazione delle forze fisiche e mentali, distribuzione dei tempi e nel tempo.

Il valore artistico si misura in termini individuali, cioè di soddisfazione, di gioia per un risultato voluto; ma anche in termini sovraindividuali, perché nella costruzione dell’abilità lavorativa entra la relazione con un lavoratore esperto, che fa da maestro. Nel lavoro ben fatto stanno più persone.

Queste competenze sono finalizzate alla definizione di un’opera, ma non si limitano ad essa. Coscienza del bisogno, perizia tecnica e resistenza sono elementi di un lavoro ben fatto, ma anche di un buon lavoratore.

Riteniamo che un buon lavoratore produca un ulteriore valore, che chiamiamo valore sociale. Richard Sennett sostiene che le abilità che l’artigiano dimostra nel corso dell’opera siano le medesime che vengono agite nella democrazia:

• la capacità di localizzare i problemi, cioè di individuare con precisione dove sta il punto della questione;

• la capacità di porsi domande su di essi, di riflettere sulla loro qualità, sospendendo l’ansia di concludere per aprire uno spazio alla curiosità/creatività;

• la capacità di aprire i problemi, cioè il darsi la possibilità di cambiare abitudini e di “pescare” soluzioni da ambiti diversi, ampliando il senso del problema originario.

Il processo lavorativo deve fare qualcosa che alla mente ben ordinata ripugna, e cioè sostare temporaneamente nel disordine: mosse false, false partenze, vicoli ciechi. [R. Sennett]

Come un buon lavoro contiene un processo aperto, allo stesso modo la democrazia è un sistema continuamente da verificare. L’essere in crisi è la condizione naturale della democrazia. Se oggi ci interroghiamo in proposito, come se fosse una novità, è solo a causa di memoria corta. (…) La democrazia non è un regime consolidato, assestato, sicuro di sé. Dove c’è consolidamento, assestamento, sicurezza del sistema di potere, lì c’è in realtà oligarchia, anche se, eventualmente, sotto mentite spoglie democratiche. [G. Zagrebelsky]

In questo senso lavoro è mestiere, come ministerium, officio, servizio. Far bene le cose che dobbiamo fare (o che vogliamo fare) produce un valore per la società, anche senza che esso sia posto da noi come obiettivo esplicito. È il contributo individuale ad un meccanismo, o anche – mutando immagine per introdurre la dimensione della finalità, del senso – ad un organismo. Ogni opera collabora, agisce e concretizza una collaborazione, a meno non si ponga esplicitamente uno scopo di separazione, di divisione.

Il lavoro, misurato nei termini di valore poietico e valore sociale, possiede elementi di gratificazione interni e fisiologici. L’elemento che li scardina e li disconosce è il denaro.

Nel momento in cui, da mezzo/strumento utile a determinati scopi, diventa fine, medium come unico ambito/linguaggio, come unico veicolo di senso tra uomo e mondo, la dinamica virtuosa del lavoro viene messa in crisi.

Non si può eliminare il denaro, qui e ora: dobbiamo prendere atto che siamo prima di tutto – prima di qualsiasi scambio – consumatori e su questa verità biologica il mercato fonda la sua pervasività. Persino adottando come fine ultimo la riduzione totale e drastica del consumo superfluo, è necessario ammettere il nostro essere di organismi viventi che consumano.

Non si può nemmeno separare il lavoro dal suo valore in termini di denaro e cioè impedire che il lavoro venga misurato con il denaro. Si tratta tuttavia di prendere atto che questo metro non riconosce, ma disconosce il lavoro stesso.

Da un lato il sistema del lavoro (chiamato anche con la pessima espressione di “mercato del lavoro”) produce lavoratori che non possono che avere come unico obiettivo lo stipendio, perché la loro individualità non entra in nessun modo nel processo di produzione. Qui i margini della ricerca di un lavoro ben fatto sono labili. Qui (e altrove) la precarietà del posto di lavoro e l’aleatorietà della misurazione del salario hanno come conseguenza l’aumento del conflitto sociale, perché impediscono la progettualità personale.

Dall’altro, la ricchezza è chiaramente spostata nelle mani di chi si pone come obbiettivo la moltiplicazione del denaro (la speculazione), e il suo correlato principale, il potere. Questo è il piano di senso che con maggior forza richiama la giustizia, intesa come equa distribuzione della ricchezza (è il 99 contro 1).

Questo a grandissime linee spiega l’alienazione, che ormai riguarda anche il terziario e non solo la manifattura; spiega la potenza dell’economia finanziaria e dei suoi prodotti velenosi; spiega l’ambiguità di chi lavora eludendo il fisco (e talvolta ciò sembra accadere a prescindere dall’ingiustizia di un sistema di tassazione); spiega infine la crisi del cosiddetto Terzo Settore e perfino del cosiddetto volontariato: in essi si è forse rinunciato all’accumulazione del denaro, ma non a quella del potere. Denaro e potere, inutile dirlo forse, hanno da sempre spiegato la evidente corruzione dell’azione politica e perfino istituzionale.

Il denaro adottato come obiettivo impone al lavoro due elementi cancerogeni: logica della competizione e logica della prestazione. Tutto questo si traduce in termini di riduzione dei tempi, aggressività, dispersione degli spazi (non-luoghi) e assottigliamento delle relazioni, destinate a divenire funzionali, anonime e a breve termine (dato il potenziale frequente cambio di luogo di lavoro, che non è altro che l’ultima espressione del congelamento dei rapporti sociali). Quello che viene messo in discussione è l’obiettivo – che è un bisogno strutturale dell’uomo – di darsi una biografia coerente.

Ora, viviamo in tempi complessi. Prima ancora che sul piano della riflessione (filosofica, sociologica, politica) questo si manifesta nelle esistenze reali: un ottimo falegname non paga le tasse, perché sono eccessive (e lo sono); un progetto relativo alla difesa contadina della biodiversità viene ospitato da Expo, supportato dalle multinazionali; la misurazione delle quote di ingresso di immigrati, e la relativa politica di gestione degli sbarchi, avviene sulla base del bisogno di manodopera; insegnanti appassionati spiegano il diritto al lavoro ad adolescenti che, sottoposti ad un sistema di formazione in continua espansione (in termini di anni di vita), non sanno se potranno trovarne; la potenzialità di un curriculum costruito su multicompetenze acquisite si confonde con l’incertezza dei termini contrattuali (precarietà e flessibilità si mescolano); genitori che non possono che parlare solo il linguaggio del “posto fisso” contribuiscono al mutuo del figlio precario/flessibile; la cooperativa sociale e i suoi dirigenti sono al centro si un sistema di corruzione legato alla distribuzione dei fondi destinati al sociale…

Tutto questo accade, ripensando al motivo fondante di questa Scuola, mentre il Legame Sociale viene vissuto non solo, fisiologicamente, nel suo essere ponte (bridging), ma sempre più nel suo essere chiusura (bonding), nel ribadire identità forti, per lo più create ad hoc. Sono identità religiose – per cui il Testo Sacro si fa legislazione civile; politiche – per cui la difesa del (mio) gruppo si fa bene collettivo (ivi compreso il linguaggio lamentoso delle minoranze resistenziali, che continuamente si rinnovano); sono spesso piccole identità di interesse, che coinvolgono chiunque, compresi coloro che si fanno o dicono attori di cambiamento.

Questa dicotomia ha infatti a che fare con il linguaggio del cambiamento. Ogni prospettiva rivoluzionaria, nel senso ideologico (novecentesco) del termine appare come una chiusura: non è solo impraticabile, ma uccide il dialogo sul cambiamento. Un prospettiva rivoluzionaria implica il disconoscimento del buono che già accade, perché non riconosciuto, o sempre riconducibile alle premesse da abolire. Eppure le premesse rivoluzionarie avevano l’ardire di concepire una soluzione collettiva.

Alla rivoluzione va affiancata e sovrapposta la RIVOLTA, intesa (alla Camus) come atto singolo che metta in luce (rifletta) una disuguaglianza, o pratichi un’azione di abbattimento di una disuguaglianza sostanziale.

Partendo dalla Scuola del Legame Sociale, non possiamo evitare di affermare che, chi come noi abbia il tempo di parlare di cambiamento, può godere di una, per quanto per molti precaria, soddisfazione dei bisogni primari. In altri termini, il cambiamento che desideriamo vedere e agire riguarda sì noi, ma ancor più dovrebbe riguardare chi non ha la forza di poterlo pensare. Qui andrebbe ripresa la categoria biblica dei “poveri”.

La Rivolta per eccellenza – la Rivolta che può riguardarci al termine del biennio – è quella che sta alla base del lavoro: la consapevolezza dei propri bisogni. L’azione di cambiamento appare praticabile quindi in primo luogo sul piano dell’educazione individuale, del confronto tra persona e persona, nei termini essenziali di una ecologia del bisogno.

Discorso e azione sono le modalità con cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma in quanto uomini. Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, si fonda sull’iniziativa, un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità. [H. Arendt]

La domanda: “di che cosa ho davvero bisogno?” (che cosa posso – devo – sono costretto a consumare?) appare la prima iniziativa urgente.

Apologia della supplenza. Contro l’autoerotica dell’insegnamento.

Christian Raimo, Tranquillo prof., la richiamo ioIl divertissement di Christian Raimo (Tranquillo prof, la richiamo io; Einaudi, 2015) è ben poco giocoso. Si ride di gusto, è vero – come alcuni commenti hanno sottolineato, ma molto amaramente.
Il mio grave errore è stato quello di leggerne le prime cinquanta pagine subito dopo aver, nottetempo, corretto alcuni elaborati di filosofia: al magone per la sensazione di sconfitta, si è aggiunto il timore di essermi riconosciuto in alcuni degli atteggiamenti di prof Radar. Ho osservato il buio del soffitto per alcune ore. Ma, giuro, non ho telefonato a nessuno dei miei alunni, né scritto loro sms o mail.
Mi chiedevo quale potesse essere il punto di osservazione del prof. Raimo nel raccogliere le esperienze riscritte in modo iperbolico: racconti dei ragazzi? Dicerie della sala insegnanti? La propria vita di studente? Blog scolastici?

Leggo gli articoli di Raimo sulla scuola (per es. QUI, QUI2, QUI3) e apprezzo la sua capacità di tener fede al senso dell’insegnamento senza chiuder gli occhi di fronte ad un universo sociale che muta in fretta. Per me era chiaro, all’inizio, che egli non stesse parlando di sé, nel libercolo.
Poi ho pensato ad un saggio interessante, Generation Me, di J. M. Twenge (in Italia pubblicato con Excelsior 1881) e alla capacità della sua autrice di descrivere alcuni aspetti della generazione dei ventenni americani di qualche anno fa, a partire dall’osservazione secondo cui molti di essi sono comuni a tutti i nati a partire dagli anni settanta, lei compresa. Mi è tornato alla mente una sorta di insight apparso in classe (non stavo spiegando Leibniz – nemmeno io lo tratto – ma, sì, stavo spiegando di gran lena), quando mi resi conto che insistere sulle differenze tra i miei alunni e me sarebbe stato meno produttivo del cercare di cogliere le analogie tra di noi. Ho sempre creduto in quella che reputo la fondamentale asimmetria tra docente e discente, e tuttavia provare a comprendere se un certo sguardo sul mondo e sui suoi linguaggi non fosse poi così diverso tra me e loro, si è rivelato, e ancora lo è, un ottimo strumento per mediare i contenuti cosiddetti disciplinari.

E allora ho pensato che il prof Radar potrebbe essere la caricatura di Raimo: non perché quest’ultimo gli somigli (non lo penso), ma perché in Radar potrebbe aver voluto sommare i rischi che egli stesso ha corso e corre nel suo modo di voler fare l’insegnante. Leggo così il libro come una specie di spietata e sincera autoanalisi, nella quale portare alle estreme conseguenze, rendendole azioni reali e comportamenti ossessivi, intuizioni avute sul campo e poi, grazie a dio, lasciate correre. E questo mi riguarda.
Mi pare proprio socratica, questa capacità di trattenersi dallo sfruttare il potere/ruolo istituzionale del docente per scopi di auto-affermazione. E il daimon è invece proprio scomparso dall’animo di Radar, che non si trattiene di fronte a nulla e cerca, sempre e comunque, di emergere come il poeta della relazione didattica, colui che la fa, che la rende possibile, che la concede. Illudendosi e, parafrasando Allen, facendo scuola con qualcuno che si stima veramente.

Se guardo al di là delle pagine in cui Radar utilizza le tecnologie social per rompere l’anima ai suoi (?) alunni, con la pretesa di creare un linguaggio comune solo attraverso un medium condiviso, trovo qualcosa che mi pare valga per molti insegnanti, spesso ricercatori accademici preparatissimi e lontani da Radar: la pretesa che l’apprendimento dipenda unicamente da loro e che, parallelamente, il fallimIMG_20160306_221558ento sia addebitabile agli studenti.
Siamo in una fase pedagogica che ha digerito l’Attimo fuggente e ne ha scorto i limiti (che a ben vedere il regista considera in pieno) e forse suona ormai retorica la distinzione tra vasi da riempire e fuochi da accendere, riferita all’immagine di quello che potrebbero essere i ragazzi in classe. Eppure – se L’ora di lezione di Recalcati non è una pura operazione estetica – la potenzialità della passione del docente non può essere barattata con il mero senso del dovere. Radar (che io immagino alternativamente con il volto e la voce di Verdone o Albanese) è appassionato solo di se stesso, e in modo tristissimo: non ha punto passioni, patisce. E i silenzi dei ragazzi nelle telefonate (quelle in cui non riattaccano) suggeriscono una certa pietà per questo adulto dissestato.

I ragazzi sono il lato oscuro della forza di queste paginette e della scuola: lanciati sin da settembre verso l’esame di stato, fanno fin da subito loro stessi da supplenti a Radar, quasi disincantati nei confronti di un sistema istituzionale che non garantisce nulla e di fronte al quale estrema ratio è cambiare istituto. Si presentano seri e autonomi, nella gestione dei doveri quotidiani e dell’Autogestione. Per lo più freddi (del resto Radar lascia di ghiaccio), s’intuisce in loro la magica vibrazione della cultura nell’incontro con la supplente di Radar stesso, non solo capace di portare la classe a scavare, attraverso collegamenti e spunti densissimi, ma efficace nella spiegazione.  Il medium dei repertori on line e dei dispositivi tecnici fa da supporto/amplificazione ad uno spazio creato da altro, contagio tra passioni. Si tratta ancora di caricature? Logico pensarlo, specie per i disfattisti.

Arrivederci

  
Se permette, prof, La ricorderei così, in mezzo ai suoi collaboratori più stretti. Arrivederci.

Parlare di Misericordia

  

Oragiovane ha un certo coraggio, perché mette le mani in pasta nell’ovvio sapendo che non è affatto tale. E l’ovvio, per molti di noi, è quella istituzione in crisi che è la parrocchia. Ovvio perché molti noi l’hanno relegata al proprio passato idealista e adolescenziale, fatto di “buone cose di pessimo gusto” abbondonate quando si è preteso di divenir grandi. Ovvio perché parlare di preti – non quelli degli scandali o quelli con i super appartamenti – pare noioso e sa di muffa. Eppure la parrocchia, se non si è corrotta dai se e dai ma, rimane uno dei pochi luoghi, come la scuola, in cui non ti scegli con chi stare. Potrebbe essere, e talvolta lo è, una palestra di diversità. Non è fatta per gente con la puzza sotto il naso, con o senza talare. E allora Oragiovane ci prova, a trasformare l’ovvio in conosciuto, e a strutturare un percorso serio, ma non serioso, per i GrEst. Sì, quella cosa con i bambini d’estate. Molti di noi non si rendono conto delle sue potenzialità finché non hanno figli in età scolare. Finché non si rendono conto che i luoghi di socializzazione non sono affatto scontati, né disponibili.

Il tema del 2016 è, in linea con la Chiesa, la Misericordia. E qui sta la sfida, perché non si tratta di UN tema, ma DEL tema. Oragiovane mi affida qualche riflessione, e io ci provo

Usare lo stesso linguaggio dei terroristi


La risposta al gesto violento e violentissimo – Parigi o Nigeria o- si situa sempre su di un piano simbolico. L’inno francese rimanda all’unità nazionale (tanto quanto un fascio repubblicano scolpito, tra le mani di una Marianne, essa stessa simbolo) e ai valori fondativi veicolati dalla Rivoluzione del 1789, più o meno depurati degli eccessi; il minuto di silenzio – o come si dice “di raccoglimento” – rimanda alla sospensione della vita nella sua fluidità feconda, imperterrita – almeno secondo le intenzioni del suo ideatore; la foto del profilo del social sostituita da una bandiera, o da un disegno: sono segnali di partecipazione, emotiva e intellettuale.
Istantanei, questi simboli rimangono nell’aria qualche istante, per poi venir sommersi dal calcio di inizio, dal riprendere del fare quotidiano, dallo scorrere della pagina Web. Ci appare sufficiente, questo o quel gesto. Come a dire: anch’io ci sto, anch’io sono acceso su questo dolore. E invero, spessissimo è una partecipazione sincera, per quanto possibile.

Che cosa però raccogliamo in questi raccoglimenti? Che cosa rimane, poi?

La “strategia del terrore” – in senso stretto e non come veniva intesa nei nostri Anni di Piombo – è più sottile, anche se si muove sullo stesso piano delle sue risposte, che almeno in questo sono plausibili. Sin dalla sua origine, il terrorismo rivoluzionario della Parigi oggi straziata, essa adotta un meccanismo disarmante, nella sua semplicità. Disarma cioè con le armi. Individua una persona di cui è noto il nome, oppure un gruppo di sconosciuti, e usa su di loro la Parola Definitiva, la morte. Il piano del simbolo, astratto per i distratti, si fa carne e sangue. Elimino te in quanto tu rimandi alla tua ideologia, alla tua appartenenza, alla tua religione, al sistema che ti ha generato e che sto combattendo.

Tu non sei padre, fratello, sorella o madre; non sei donna o uomo con emozioni, pulsazioni, bisogni, passato e desideri. Tu sei una vita da troncare. Perché qui sta il simbolo per eccellenza, l’interruzione del respiro, la mortalità del cuore intermittente.

Valse per Roberspierre stesso, suo ideologo. Valse per Umberto I, in quel caldo luglio che inaugurava il secolo breve; valse per Moro Aldo (come magistralmente rende Lo Cascio diretto da Bellocchio). Vale per i morti nella discoteca, per i bambini delle scuole nigeriane. Per gli intrappolati delle Torri Gemelle.
Non c’è alcuna astrazione, in queste morti. La morte – la Signora vestita di nulla di Gozzano – non è proprio qualcosa di etereo, impalpabile, pensato o pensabile, per quanto (o per questo) il ragionare occidentale (non solo) ci vada dietro da millenni.
La morte è il sangue sparso. Il corpo smembrato.

Il pontefice Francesco sta avviando un processo drastico, ben più radicale della riforma delle luride finanze vaticane. Sta rimettendo al centro quello che è stato marginale, almeno in alcuni dei suoi predecessori (ma qui ci sarebbe da approfondire): si sta focalizzando sull’ortoprassi, invece che sulla ortodossia. Mi pare che il suo incedere sia cauto, ma non per questo non riconoscibile: si tratta di ricordare che quel che si fa ha più forza di quel che si pensa. Che la Verità, se è tale, accade – anche senza essere pensata o persino riconosciuta intellettualmente come tale (“Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” Mt. 25).

E questa mi pare una buona risposta ai gruppi che hanno fatto dell’ortoprassi la cifra del proprio integralismo. Perché il pensiero estremista di matrice islamica – interpretazioni radicali della lettera coranica possibili nell’assenza più totale non solo di una unica gerarchia religiosa, ma persino di un coordinamento tra le interpretazioni teologiche delle sure – traduce in azioni sanguinosissime le proprie teorie manichee, o meglio ancora ritiene che la propria verità coincida con la morte del diverso. Agiscono solo su di un piano simbolico totalizzante. La Morte è Simbolo perché annulla le parole.

Se è vero che come occidentali abbiamo scelto la mediazione del pensiero e della ricerca di significato (ma Nietzsche aveva scoccato l’avvertimento), e questo costituisce un prezioso filtro tra quel che si ritiene vero e quel si ha da fare, è altrettanto vero che, immersi nella informazione globale, noi occidentali rischiamo oggi di rimanere solo sul piano dei significati pensabili. Astratti. Aria fritta, diceva Lombardi Vallauri, a noi imbranatissimi fucini, decenni fa.

E allora il linguaggio più efficace per rispondere in maniera decisiva all’alfabeto terrorista mi pare quello di affidarci anche noi all’ortoprassi. Non che non ci abbiano pensato anche quelli che stanno armando i cacciabombardieri… Aprendo così l’infinita questione del quando porre un limite alla tolleranza – di questo si discuterà, rischiando ancora e ancora di rifriggere l’aria, nei prossimi mesi. Il punto è, mi pare, che non si potrà trattare di una guerra onesta, di una guerra ultima. Troppe le speculazioni (speculare è anche pensare, rifarsi all’ortodossia quindi) che temo entreranno in gioco, se non sono già alla base dell’esistenza del cosiddetto Stato Islamico.

Il richiamo dell’ortoprassi è radicato nel nostro essere uomini, e quindi la guerra ci appare lecita, invocabile, necessaria. Azione scaccia azione. Morte scaccia morte?

Possiamo essere certi che l’occidente, che ha prodotto donne e uomini capaci di riconoscere la folle ortodossia jihadista e farsene carico (parlo dei giovani che son partiti dalla Francia o dall’Inghilterra), sia in grado di dare una risposta definitiva con un’azione militare? Su quale base? O vero, supponendo anche si tratti di una guerra trasparente, come difendere la presunzione che sia anche l’ultima?

Se fosse giusta, non ne potremmo parlare nei cosiddetti contenitori televisivi pomeridiani, non ne avremmo parole; se fosse trasparente e necessaria, le nostre italianissime e validissime imprese costruttrici di armi metterebbero a gratis a disposizione il proprio made in Italy, perché, data una guerra giusta e necessaria, gli operai lavorerebbero senza pretendere stipendio, per più di qualche mese, perché poi la gente accorrerebbe a contribuire ai loro e degli imprenditori bisogni primari, di propria sponte. Se la guerra è giusta, avrà un meraviglioso fronte interno.

Non so se ci sia stata una guerra di questo tipo. A leggere Meneghello, Fenoglio: sì. Qualcosa di liberatorio, di urgentissimo.
Ma adesso? Mi pare che la migliore delle ipotesi sarà quella di spostare i cattivi, dopo Al Qaeda, Al Nusra; dopo Al Nusra, l’Isis; dopo l’Isis, chi sa. E intanto noi a impegnarci sulla nostra sicurezza, sui nostri diritti, sul nostro stile di vita. Un fortino sicuro, meglio se anche elegante.
L’Isis appare la critica più efficace alla nostra cultura liberale. Appare a molti l’unica risposta vera, qualcosa di realmente rivoluzionario: l’uso strategico della tecnologia in ogni sua forma contro il sistema che l’ha inventata. Porre fine al Male col male stesso.
La guerra rilancerebbe la medesima logica, sposterebbe il problema di qualche anno, di una generazione.

A me pare che non resti altro che praticare un’altra ortoprassi radicale, si chiami essa virtù socratica, o Non violenza, o Evangelo, o socialdemocrazia, o Perfetta Letizia di Francesco d’Assisi. Praticare radicalmente una proposta radicale, che esiste già nella nostra storia. Nulla a che fare con i simboli – bandiere della pace o presepi a scuola – solo microazioni quotidiane, di comprensione, inclusione, ascolto. Pratiche di misericordia, di eguaglianza sostanziale.

I cinici diranno: sì, bravi bambini, così morirete felici.
Non sarebbe cosa da poco.

Appunti sull’Orientamento

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In vista della scelta per l’università,
durante la frequenza;in vista del lavoro,
per sopravvivere al lavoro.

http://orientamento.tumblr.com/

Il titolo viene da questa citazione di Etty Hillesum:
Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia forse i fili principali davanti a sé e ci si arrampica poi sopra? La strada principale della mia vita è tracciata per un tratto davanti a me ma arriva già in un altro mondo.

Attesa di Giacomo

  
Non posso dire che i camici bianchi non facciano parte del mio paesaggio famigliare. Ospedale è sempre stato, a casa, un luogo di lavoro, prima che occasione di cura. Eppure l’impatto con quella che presenta se stessa innanzitutto come l’Azienda Ospedaliera è sempre straniante, un poco alienante.

Ora sono in un tempo di nessuno, l’attesa che la colazione prima dell’alba venga digerita, affinché possa accadere il taglio cesareo che ci porterà Giacomo. Così scrivo.

Temno, tagliare, da cui tempio. Nonostante lo sforzo medicalizzante, la Clinica Ostetrica è luogo sacro, perché apre lo spazio delle esistenze. Nel salutare V. sentivo i vagiti arrivare dalle vicine sale-parto, gridi feroci, richieste fondamentali di cibo, protezione, comprensione. Immaginavo le boccucce spalancate, i lineamenti raggrumati attorno agli occhi serrati. Un sito – al momento della prima fuoriuscita di liquidi, stanotte, il primo nostro counsellor è stata la Rete – invitava a parlare al bimbo ormai in posizione perfetta, sottolineando il “mondo meraviglioso” che lo stava aspettando. Non me la son sentita di raccontare questa parziale verità. Sono mentalmente inciampato, in quel ‘meraviglioso’; non perché non lo sia, ma perché, che lo sia, ognuno deve poi sperimentarlo. E poiché venire alla luce non è per nulla una passeggiata, preferisco rimandare l’aggettivazione a quando Giacomo sarà colpito da cotanta meraviglia.

Come stamattina, scendendo le scale. E. si ferma, la gambina a mezz’aria, e mi dice: – Ma quando sono nata io, tu sei rimasto solo a casa! Non si trattava di una domanda, ma proprio di un rimando empatico. Stava facendo i conti con l’assenza materna nei giorni a venire, ma ha guardato fuori, verso di me.

Qui in Clinica non c’è il tempo per l’empatia, a meno di non incontrare persone illuminate, poche e sommerse. Eppure, poiché si tratta comunque di pazienti, la dimestichezza con il pathos esiste e si traduce in simpatie, o più facilmente in antipatie: gesti bruschi, parole contate, prevalenza del punitivo ‘avrebbe dovuto’. Mai iniziare a fine turno altrui.