sulla morte dell’intollerante

Noi non andiamo mai alla guerra: non perché temiamo la morte (al contrario, benediciamo il momento che ci unisce all’Essere degli Esseri), ma perché non siamo né lupi né tigri né mastini, ma uomini e cristiani. Il nostro Dio, che ci ha ordinato di amare i nostri nemici e di soffrire in silenzio, non vuole certo che noi attraversiamo il mare per andare a massacrare i nostri fratelli, solo perché degli assassini vestiti di rosso con un berretto alto due piedi arruolano dei Cittadini facendo fracasso con due bastoncini sopra una pelle d’asino ben tesa; e quando, dopo una battaglia vittoriosa, tutta Londra brilla di luminarie, il cielo è infiammato dai razzi  e l’aria risuona del frastuono delle azioni di grazie, noi piangiamo in silenzio su quegli omicidi che sono causa di pubblica allegrezza” .

(sono parole di un Quacchero, Higginson, in Voltaire, “Lettres philosophiques”, 1733, fine della I lettera, vers. Alatri, con correzioni – postato da E. P. nell’ambito della Mailing-List “sullasoglia”).

sul nucleare # 1

I referendum del prossimo giugno sono ancora una volta una buona occasione. Prima di tutto per approfondire alcuni temi e, a margine, per approfondire il concetto di democrazia partecipativa.

Mi limito a segnalare un contributo significativo a proposito del tema del nucleare. Si trova in questo blog.

Lo ritengo significativo per il metodo con cui è affrontato il tema. Di esso vorrei fare un’analisi (o persino un’imitazione) più precisa, ma per ora mi colpisce questo: l’assoluta e precisa intenzione di affrontare una questione razionalmente.

Barbagianni radicali

Sono capitato in questo sito non per il nome che porta, che rende questo blog parente stretto, ma per un caro amico che me lo ha segnalato.

Ecco – mi son detto leggendo il post di Arianna, cui rimando – che cosa dobbiamo fare? Siamo circondati da persone tristi e arrabbiate, non tutte certo, ma provate ad aguzzare la vista e a tendere le orecchie: ficcate il naso nei discorsi altrui, fate quello che mamma non vorrebbe, impicciatevi… In tram o al supermercato, in fila alla posta o alla cassa dell’autogrill. Persone abbruttite dai giorni, appesantite da relazioni zoppicanti, ingrigite da micromessaggi violenti scambiati con chi dovrebbe star loro a cuore. Arrabbiate. Contate i sorrisi che incrociate. Una signora l’altro giorno guarda la bimba in carrozzina ed esclama: ciao bella! Fà un sorriso a questa bisnonna. E poi, tra sè (noi eravamo invisibili, a quanto pare): sono belli, peccato che poi crescano.

Una società di bambini carini. No bambini, no party. Questo si vorrebbe. Una società semplice: tutti buoni, bianchi, puliti, cattolici (da salotto, o da ministero, come direbbe Camus). Il trionfo del deodorante. Affogare le tristezze nello Chanel n. 5.

Ma la verità – si, la verità – è che la società è complessa. Che gli altri, chiunque essi siano, non sono facili, né puliti, né bianchi. Sono quello che sono e come sono è il loro miglior modo di essere in quel momento. Anche la vecchia immalinconita: nella sua battuta c’è il suo modo di stare. Di sopravvivere. Peccato non abbia il tempo di accorgersi che può affrontare questa sua malinconia.

Per questo la Comunità del Barbagianni è segno di profezia. Non parlo di guardare nel futuro e dirci che cosa ci aspetta. Quella è divinazione. Parlo di pro-fezia, di parlare-per. Per chi non vede alternative. Per chi è scoraggiato. Per chi non sa come ricominciare. Per chi cerca ancora segni di fede concreta. I profeti sono gli ultimi politici: costruiscono nuove poleis, tracciano sentieri, come quelli di Isaia, nel deserto.

lui, lei e Socrate

Sapete, Pipsi, la mia vita, che cos’è questa mia vita? Io sono così contento di esistere, di essere al mondo, che qualsiasi cosa bella io veda, subito la sposo, io sono innamorato non solo delle persone ma anche delle cose, del lavoro, ah come mi è piaciuto fare di tutto, mi è piaciuto fare l’assicuratore, mi è piaciuto fare il capomovimento, come mi è piaciuto andare al lavoro là allo stabilimento metallurgico Poldi…ah! ogni barra dell’acciaieria, ognuna aveva impressa nell’acciaio una bella testolina femminile, la testina col ricciolo bruciacchiato dalla stella, sapete, Poldinka si chiamava quell’ebrea che il direttore dello stabilimento amava tanto, al punto da far incidere quella testina sullo stampo e così quella testolina amata va ancor oggi in giro per il mondo in ogni barra… lo sapete che avete lo stesso profilo di quella Poldinka? E quando verrete da me al lavoro, guardate pure come sono fiero di pressare la carta, di caricare quei pacchi, come sono felice di essere là precisamente dove sono. Perché la vita non è affatto una valle di lacrime ma gioia nuziale e festa nuziale, per questo festeggio i matrimoni in questa casa e voglio bene agli zingari tanto che a certa gente do fastidio… (p. 71).

Mi meravigliai per come mi era potuto accadere di vedere cose, persone, alberi così belli, di cui non mi ero mai accorta, non che non ne avessi avuto il tempo, fino a quella domenica camminavo come una tonta, sempre testardamente dentro i miei guai, neppure da ragazza mi ero accorta di quanto sono belli gli alberi, di quanto sono gradevoli i cespugli e le foglie su di essi, di quanto sono belle le aiuole di fiori, e anzi non mi ero mai accorta, solo lì, di quanto è bella la verdura che donne grasse annaffiano unicamente vestite, sopra il corpo nudo, di enormi grembiuli che non si usano più. Aveva trasformato ogni cosa per me proprio quella persona che procedeva accanto a me come la mia balia, il mio istitutore, quella persona che non aveva bisogno di spiegare, di insegnare nulla e anzi se mi avesse insegnato, per il mio carattere, io sono caparbia come la mamma, non avrei guardato nulla apposta, non mi sarei accorta di nulla, mi sarei intestardita in me stessa, mi sarebbe venuto il naso a patata, mi si sarebbero allagati gli occhi e avrei guardato in terra… ma lui semplicemente procedeva accanto a me, guardava intorno a sé e anch’io guardavo là dove lui guardava e cominciavo a vedere quasi come lui vedeva, non guardai l’orologio, quasi non volevo che il tempo trascorresse per poter procedere sempre così, solo nello spazio percorso dalle nostre persone (pp. 77-78).

(Bohumil Hrabal, Le nozze in casa. Romanzetto femminile. Trad. di Alessandra Trevisan; a cura di Sergio Corduas; Einaudi, Torino, 2006)

E dunque, per concludere, l’amore è tendenza a possedere per sempre il bene.
E io dissi: Dici una cosa verissima.
Poiché l’amore consta sempre in questo – continuò – secondo quale condotta e in quali attività l’impegno e lo sforzo di chi mira ad esso, possono essere chiamati con il nome di amore? Qual è questa attività? Sei capace di dirlo?
Se lo fossi, Diotima – risposi – non ti ammirerei tanto per la tua sapienza e neppure verrei da te per apprendere queste cose.
Te lo dirò io. E’ un partorire nel bello secondo il corpo e secondo l’anima (p. 107).

(Platone, Simposio. O sull’Amore. Intr. di Umberto Galimberti; trad. e cura di Fabio Zanatta; Feltrinelli, Milano, 2006)

pratiche di resurrezione

Martedì scorso l’Istituto nel quale lavoro ha ospitato questo progetto della Comunità di San Patrignano. Dateci un occhio, io vi scrivo quel ho pensato e sentito.

Le questioni sui metodi usati in comunità, probabilmente più in passato che ora (uno dei responsabili, nel colloquio con i docenti ha parlato dell’aver dovuto imparare dai propri errori, in maniera generica, ma sincera), qui non ha importanza. Si tratta invece di aver individuato una formula interessante – ed efficace – per proporre il macrotema “droga” agli adolescenti.

Il primo dato importante è che l’informazione tecnica sulle droghe lascia il tempo che trova. I ragazzi accedono quotidianamente a decine di forum in rete nei quali viene spiegato tutto, dagli effetti al bricolage chimico, ai luoghi reali o virtuali dove acquistare prodotti finiti o materie prime.

Il secondo dato è che parlare di droga mettendo in evidenza la distruzione della vita è una strategia che contiene non solo una logica punitiva per gli ex-tossici, ma anche un messaggio che non permette di andar oltre l’annichilimento sociale che concorre al problema. Il dibattito sulla droga è banale e banalizzato, incastrato nelle polemiche tra legalizzatori e iper-rigidi, tra leggero e pesante, tra droghe illegali e droghe tollerate, come l’alcol. Insomma non tiene conto di che cosa sta dietro. Dietro al mercato del farmaco, come baraccone sostenuto da chi ha convenienza ad individuare la soluzione chimica per ogni micro dolore umano. Dietro alle singole vite di donne e uomini che passano nel buio fitto del silenzio della ragione e conducono se stessi e i propri cari all’autodistruzione.

Al contrario questo progetto punta a mettere al centro la possibilità di uscirne. La strada per tornare ad essere innamorati delle cose e della vita. Può sembrare retorico, detto così. Non lo è se si ascoltano da due protagonisti veri di queste vicende le narrazioni delle proprie normali esistenze, prima durante e dopo. Luca e Riccardo, sul palco insieme al regista e sceneggiatore Francesco Apolloni, sfruttando la dinamica del reality, parlano di se stessi. Non lo fanno da attori protagonisti, perché non interpretano il timore di parlare o cantare, l’imbarazzo, l’emozione di ripensare a papà e mamma. Ma così come sono, si propongono.

La vita parla di sé: la vita parla da sè. Non servono tirate moralistiche, nè rimproveri accigliati. I ragazzi raccolgono un’emozione e questa ricorda loro che la vita è già stupefacente. Al termine Apolloni rammenta al pubblico che alcuni studi dicono che stiamo meglio se ci abbracciamo almeno cinque volte al giorno con qualcuno. E così ha chiesto a noi in platea di farlo. Vinto l’immediato imbarazzo, adulti e ragazzi si sono abbandonati.

Una cosa impossibile nella dinamica glacialmente cartesiana dell’istituzione scolastica. Ho potuto davvero godere di quegli abbracci.