Eros e Kairos

Ho aperta una nuova sezione del blog.
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noterelle per una rinnovata resistenza

Qui c’è la versione originale tradotta del bell’articolo di John Berger, tratto da Internazionale, che riporto interamente.

Più di mille persone provenienti da tutta la Francia si sono ritrovate nella cittadina di Thorens-Glières, in Alta Savoia. Una discussione pubblica, aperta e intergenerazionale, sui comportamenti e gli strumenti di protesta di fronte a ciò che è inaccettabile.
Osservazioni sul bisogno di apprendere e l’ignoranza involontaria. No, non è un tema da esame di pedagogia. È il titolo del resoconto di alcuni fatti accaduti nel corso dello stesso fine settimana. Venerdì 13 maggio 2011 sulle Alpi francesi c’era la luna piena e l’aria era così limpida che potevi vederne i crateri a occhio nudo.
A New York, Dominique Strauss-Kahn, presidente del Fondo monetario internazionale e probabile candidato del Partito socialista alle elezioni presidenziali francesi, aveva prenotato una suite privata da tremila dollari a notte al Sofitel Hotel di Manhattan.
Sabato 14, più di mille persone provenienti da tutta la Francia si sono ritrovate nella cittadina di Thorens-Glières, in Alta Savoia, per partecipare a un “appuntamento di cittadini” per discutere ed esaminare la storia e le strategie della resistenza armata e politica. Vari veterani della resistenza francese contro l’occupazione tedesca hanno parlato tranquillamente delle loro esperienze di settant’anni prima. Non è stata un’occasione per lanciare una campagna politica. È stata una discussione pubblica, aperta e intergenerazionale, sui comportamenti e gli strumenti di protesta di fronte a ciò che è inaccettabile.
Nel pomeriggio di quello stesso sabato una pattuglia della polizia di New York scortava Strauss-Kahn fuori da un aereo che stava per decollare diretto a Parigi. Strauss-Kahn viaggiava in business class con una prenotazione fatta diversi giorni prima. Lo arrestavano per indagare sul tentato stupro di cui era accusato. La mattina presto di domenica 15 maggio cinquemila persone hanno cominciato a raggiungere, per lo più in automobile, il plateau des Glières, che è a un’altitudine di 1.500 metri sopra la città di Thorens.
Era un mattino freddo, nuvoloso e ventoso. Sull’altopiano c’è una monumentale scultura dedicata alla resistenza armata francese contro i nazisti tedeschi, i fascisti italiani e il governo collaborazionista francese di Vichy tra il 1943 e il 1944. È considerato un sito storico ed è meta di pellegrinaggio. La strada che porta all’altopiano è lunga, stretta e tutta a tornanti. È una zona selvaggia – selvaggia in senso geologico – scoscesa, frastagliata, cupa, rocciosa. Per salire bisogna cambiare di continuo direzione. Può far pensare ai percorsi tortuosi della storia.
Testarda determinazione
La Savoia è stata l’unica regione della Francia a liberarsi da sola dall’occupazione tedesca, senza l’aiuto di truppe straniere. Le forze della resistenza erano formate da gruppi di diverso orientamento politico provvisti, per lo più, di armi e munizioni paracadutate sul plateau dai caccia della Raf con spedizioni dirette dal generale de Gaulle, che operava da Londra. A un battaglione locale di quattrocento partigiani era poi affidato il compito di trovare e distribuire le armi. Contraddittorietà dei messaggi, finalità contrastanti, spie e forti nevicate portarono alla morte più di un quarto del battaglione. Prima di morire molti uomini furono torturati dalla Milice, la polizia politica di Vichy.
Non è un monumento al fulgore della vittoria, ma alla testarda determinazione a resistere. Nel corso di quella mattinata domenicale i momenti di sole sono stati rari e brevi. A causa delle nubi gelide e nebbiose, per buona parte del tempo la visibilità era ridotta a poche centinaia di metri e il monumento era nascosto. Accanto a un edificio di pietra usato come rifugio da sciatori di fondo e occasionali pellegrini era stato montato un piccolo podio di legno, con una fragile copertura di tela, destinato agli oratori che avrebbero parlato ai cinquemila presenti. Era poco più grande di un teatrino dei burattini.
C’erano due microfoni, il tettuccio sbatteva nel vento e, un po’ più in là, alcuni altoparlanti montati su lunghi pali rivolti verso il pendio roccioso dove i partecipanti al raduno avevano cominciato a sistemarsi e a sedersi sull’erba con le giacche a vento chiuse fino al collo. Chi voleva essere più vicino al palco era rimasto in piedi. Le giacche a vento erano di molti colori e le persone di età diverse. Cosa li aveva portati lì? Dopo la liberazione nel 1944 il Consiglio nazionale della resistenza pubblicò un documento in cui si delineavano i tratti della Francia che ora si poteva costruire: un paese caratterizzato da sicurezza sociale, un sistema scolastico libero e di alto livello, servizio sanitario pubblico, condizioni di lavoro e salari garantiti, con mezzi d’informazione indipendenti dal governo e dalle grandi imprese.
Attraverso scontri e confronti continui tale piano fu portato più o meno a compimento tra il 1946 e il 1952. La Francia diventò un paese con una certa giustizia sociale e responsabilità democratica, impegnato in dibattiti continui, e a volte confusi, sul mantenimento o il potenziamento di tale giustizia. La situazione è rimasta stabile fino agli anni ottanta. Poi, il nuovo ordine economico della globalizzazione, delle multinazionali e dell’egemonia del capitalismo finanziario, fondato su speculazione e debito, ha preso ad avanzare come un gambero in tutto il mondo fino a raggiungere la Francia. I partiti politici della sinistra e della destra hanno cercato di negoziare e tergiversare, poi si sono arresi. Il vocabolario politico è cambiato.
La flessibilità ha spinto via a gomitate la solidarietà. La Francia caratterizzata da una certa giustizia e fraternità ha cominciato a sgretolarsi e nessuno si è preoccupato di ripararla. Nel 2007, con l’elezione di Nicolas Sarkozy alla presidenza, le prospettive economiche e sociali sono radicalmente cambiate. L’intero istituto della sicurezza e della giustizia sociale, fatiscente, appassionato, sconclusionato, è stato sistematicamente e rapidamente smantellato. Secondo Sarkozy e i suoi consulenti tutto ciò che esso rappresentava era ormai obsoleto. Metà delle persone sull’altopiano si era portata un ombrello. C’era chi ne aveva portati due.
Quando si è messo a grandinare, li hanno aperti e hanno offerto quelli di scorta alle persone in piedi o sedute lì accanto che non ce l’avevano. Durante la sua campagna elettorale, Sarkozy fece una visita (molto pubblicizzata) al plateau, dove annunciò che, se fosse stato eletto presidente, sarebbe tornato una volta all’anno per rendere omaggio agli eroi della Resistenza. Fra l’altro disse che quel luogo aveva una sua particolare “serenità”. Al che vari sopravvissuti della guerra di resistenza, in collaborazione con attivisti sociali più giovani, hanno creato un’associazione di resistenza di ieri e di oggi, che invitava i cittadini a recarsi sul plateau ogni mese di maggio, in una data convenuta, per esprimere la loro opposizione allo smantellamento della Francia nata dalla lotta di resistenza.
Ecco perché quelle cinquemila persone si trovavano lì sull’altopiano, in piedi o sedute, ad ascoltare, fare e porsi domande, una domenica mattina. Niente striscioni, bandiere o slogan. Solo parole, frasi, che uscivano dagli altoparlanti e si propagavano nell’aria di montagna e nel vento battente. A un certo punto la grandine è cessata. Per qualche istante è brillata tiepida la luce del sole. Poi la grandine ha ripreso a cadere a chicchi più grandi. Quindi ha smesso di nuovo. Tra un discorso e l’altro regnava il silenzio vigile tipico degli animali che, lanciato il loro richiamo, aspettano di sentire se da lontano arriva una risposta.
I piedi per terra
Le parole descrivevano le esperienze. Le parole di Walter – arrestato a diciassette anni dai tedeschi e mandato nel campo di concentramento di Dachau – hanno ricordato i compagni che non sono più tornati. Le parole di Jean-Pierre hanno descritto il trattamento che oggi ricevono in Francia i lavoratori stranieri privi di documenti. Le parole di Didier hanno detto il prezzo del latte pagato dalle multinazionali agli allevatori di vacche e hanno spiegato che nei loro contratti c’è una clausola che gli vieta di protestare. Le parole di Radia hanno denunciato le torture che subiscono i combattenti per la libertà arrestati in Tunisia dalle forze di sicurezza ancora al potere.
Ogni parola, così come le persone che le ascoltavano, aveva i piedi per terra. Corine lavorava come cassiera in un supermercato della vicina città di Albertville. Era lì con cinque colleghe e le sue parole sono servite a testimoniare il loro rifiuto di lavorare la domenica per poter trascorrere la giornata con i figli. Tutte e cinque rischiavano di essere licenziate. La domanda posta da tutte le parole era: come facciamo a dire no? Come facciamo a dire sempre no? Quello stesso pomeriggio, a Madrid, è cominciata l’occupazione di Puerta del sol organizzata da giovani che protestavano contro i brutali tagli alla sicurezza sociale imposti al governo spagnolo dal Fondo monetario internazionale.
Di lì a poco altre occupazioni sarebbero seguite in altre città spagnole. Questo movimento spontaneo di giovani indignati è stato immediatamente chiamato 15-M, per 15 maggio. Quello stesso giorno, a New York, alcune ore dopo, Strauss-Kahn veniva portato fuori da una stazione di polizia di Harlem, ammanettato, disperato, detenuto in attesa di processo. Su questo scandalo sono già state scritte innumerevoli parole. Probabilmente quel che è davvero successo tra lui e la cameriera d’albergo nella suite del Sofitel Hotel non sarà mai chiaro.
Eppure quasi nessun commentatore ha specificato che, innocente o colpevole, qualunque cosa abbia o non abbia fatto, Strauss-Kahn era – se teniamo presente il luogo, le circostanze e il momento storico – incredibilmente inconsapevole delle probabili o possibili conseguenze di ogni sua mossa. Ignoranza e innocenza sono due cose molto diverse. A volte, però, hanno in volto la stessa espressione. Come si spiega un’ignoranza simile? E se la spiegazione non fosse né morale né clinica, bensì ideologica?
Il Fondo monetario internazionale, di cui Strauss-Kahn era direttore, procede secondo una logica sofisticata, rarefatta, concentrata sul virtuale, una logica che specula su rischio, tendenze e calcolo della redditività, sulla costante della fiducia perennemente elusiva degli investitori. Per una visione del mondo così aerea quel che succede sul terreno, come ogni forma di danno collaterale, è marginale e irrilevante. Di solito, secondo questa logica, può essere ignorato. L’ultima persona a prendere la parola sul plateau des Glières è stato un giovane. Di sicuro era la prima volta in vita sua che si rivolgeva a così tanta gente.
Le sue parole hanno descritto l’esperienza di lavorare a Parigi con i senzatetto che occupano gli edifici vuoti. Ha concluso il suo resoconto, schivo come un botton d’oro (il botton d’oro cresce sull’alpeggio a quella quota e, se lo raccogli e lo metti in un bicchiere, piega quasi subito il capo), ripetendo le parole di un veterano: “Creare è resistere, resistere è creare”. Niente più grandine. Gli ombrelli erano chiusi. Il vento era sempre gelido. Si offrivano sciarpe a chiunque ne volesse prendere in prestito una. Gli altoparlanti erano stati spenti. L’erba era fangosa. “Attenti a non scivolare!”, ha ammonito una nonna. E con i loro tempi i presenti hanno cominciato a discutere in piccoli gruppi di quel che avevano appreso. Appreso a proposito di esperienze sul campo.

11 luglio 1979

Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.

Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro [… ]

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.

Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. ma – a parte l’assicurazione vita – (…)

Giorgio“.

dopoilBB

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi…io e te!

Ho preso la chitarra senza saper suonare
volevo dirtelo, adesso stai a sentire
non ti confondere prima di andartene
devi sapere che….

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi…io e te!

Altro che il luna park, altro che il cinema,
altro che internet, altro che l’opera,
altro che il Vaticano altro che Superman,
altro che chiacchiere….

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi…io e te!

Io e te…
che ci abbracciamo forte,
io e te, io e te…
che ci sbattiamo porte,
io e te, io e te…
che andiamo contro vento,
io e te, io e te…
che stiamo in movimento,
io e te, io e te…
che abbiamo fatto un sogno
che volavamo insieme,
che abbiamo fatto tutto
e tutto c’è da fare,
che siamo ancora in piedi
in mezzo a questa strada,
io e te, io e te, io e te!

Altro che musica, altro che il Colosseo,
altro che America, altro che l’exstasi,
altro che nevica, altro che i Rolling Stones,
altro che il football…
altro che Lady Gaga, altro che oceani,
altro che argento e oro, altro che il sabato,
altro che le astronavi, altro che la tv,
altro che chiacchiere….

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi…io e te!

che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te…
fino a volersi bene,
io e te, io e te…
che andiamo alla deriva,
io e te, io e te…
nella corrente….io e te!
Che attraversiamo il fuoco
con un ghiacciolo in mano,
che siamo due puntini
ma visti da lontano,
che ci aspettiamo il meglio
come ogni primavera,
io e te, io e te, io e te!

Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang
Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi…io e te!

Ho preso la chitarra senza saper suonare,
è bello vivere anche se si sta male,
volevo dirtelo perchè ce l’ho nel cuore,
son sicurissimo…amore!

Carlo Rosselli vive e lotta. Con noi?

Il 9 giugno scorso, anniversario dell’omicidio fascista di Carlo Rosselli, lo storico Nicola Tranfaglia ha tenuto presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi questo discorso di presentazione del suo volume biografico sul Rosselli medesimo.

Gli elementi che caratterizzano la personalità di Carlo Rosselli (ma anche quella di suo fratello Nello che pure si dedicava anzitutto alla storia del Risorgimento) e la sua azione politica in Italia, in Francia e nella Spagna della guerra civile del 1936 non sono difficili da indicare.
Carlo costituì nella lotta contro il fascismo, prima in Italia, poi in Francia e in Spagna un punto di riferimento centrale per quella parte degli italiani che non vollero accettare la dittatura e cercarono di combatterla su una piattaforma politica e liberalsocialista, fortemente critica verso il movimento comunista ma, nello stesso tempo, attenta alla sua evoluzione.
Dopo l’esperienza del settimanale “Quarto Stato” inieme al repubblicano e socialista Pietro Nenni che chiedeva una forte mobilitazione delle coscienze in senso contrario al fascismo e un’aperta critica degli errori compiuti dal movimento socialista, Rosselli pubblica il saggio sul Socialismo liberale (che sono riuscito a far ripubblicare dal Corriere della Sera il 12 marzo di quest’anno) puntando su un socialismo, nutrito di un metodo liberale moderno, in grado di dare un peso preponderante al problema sociale come al ruolo della libertà e della volontà umana nel farsi della storia.
Sia attraverso i “Quaderni di Giustizia e Libertà”, pubblicati dopo la fondazione del movimento politico di Giustizia e Libertà fondato a Parigi nel 1929, sia attraverso il settimanale con lo stesso titolo fondato nel 1934, dopo lo scioglimento della Concentrazione antifascista, Carlo dedica la sua attenzione, da una parte, all’analisi del fenomeno fascista, dall’altra all’Italia che dovrà risorgere dalla dittatura e costruire una democrazia sociale moderna capace di realizzare quegli ideali di libertà e giustizia sociali necessari per battere tutte le tentazioni populistiche e dittatoriali che si possono presentare.
Ora sul pensiero di Rosselli e sulla sua battaglia complessiva non posso scendere nei particolari e devo rinviare al mio ultimo lavoro su Carlo Rosselli (1899-1937) e il sogno di una democrazia sociale moderna, che ho presentato all’Istituto di Cultura italiano a Parigi il 9 giugno scorso, proprio nell’anniversario dell’assassinio compiuto dal Sim e dalla Cagoule, per ordine del ministro fascista Galeazzo Ciano, di fronte a una sala piena di italiani e di francesi.
Qui vorrei sottolineare due aspetti della sua battaglia politica che mi sembrano ancora molto attuali.
Il primo riguarda alcune caratteristiche del regime fascista, di cui il populismo berlusconiano riproduce purtroppo – pur con le inevitabili differenze del tempo passato – alcuni tra i difetti maggiori.
La prima caratteristica si ricava da un appunto inedito di Carlo Rosselli scritto per una riunione di dirigenti di Giustizia e Libertà a Parigi nel 1932: “Il carattere supremamente ripugnante della dittatura moderna fascista non consiste nella forza e nella soppressione delle libertà — fenomeni questi propri a tutte le tirannie — ma nella fabbrica del consenso, nel servilismo attivo che essa pretende dai sudditi.”
La seconda caratteristica si trova in una indicazione che emerge da un articolo apparso due anni dopo, nel febbraio 1934, sul numero 10 dei Quaderni di Giustizia e Libertà: “Lo Stato Corporativo non è che lo strumento tecnico della reazione moderna, una contraffazione a fini conservatori del movimento operaio libero e creatore. Di fronte alle grandi masse che raduna l’industrialismo moderno, l’assenteismo dell’ancien regime che aveva a che fare con popolazioni sparse e artigiane, non è più possibile. Al movimento di massa è gioco-forza opporre una reazione di massa. Alla lega operaia il sindacato di Stato. All’ideale di una produzione associata, socializzata, la corporazione.”
Sul comunismo il suo discorso è altrettanto chiaro. Critica radicale alla dittatura marxista staliniana e alle atrocità del regime dispotico ma difesa della rivoluzione “che ha distrutto l’autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione l’amiamo e la difenderemo.”
Se alla storia di Carlo e di Nello Rosselli, si aggiungono le storie giudiziarie che hanno sempre assolto i mandanti dell’assassinio in Francia, come nell’Italia del secondo dopoguerra, e il veto opposto prima da Charles De Gaulle in quanto capo dello Stato francese, dai suoi immediati successori e poi nel 1981 da Francois Mitterrand per non consentire agli storici di tutto il mondo (me compreso) di consultare i fascicoli della Cagoule negli archivi nazionali di Parigi, si ha il quadro della vera e propria persecuzione in vita e post-mortem che hanno subito i due fratelli Rosselli, autentici simboli e martiri dell’Italia democratica, liberalsocialista  e antifascista.

La prima edizione del libro su Carlo Rosselli di Nicola Tranfaglia (Baldini Castoldi Dalai, 2010, pp 507, Euro 22)  fu pubblicata da Laterza nel 1968 con il titolo Carlo Rosselli: dall’interventismo a Giustizia e Libertà, e esplorava in maniera analitica la formazione di Rosselli, il suo pensiero giovanile e la sua azione politica in Italia fino al 1930. In questa edizione la vita e l’opera di Carlo Rosselli vengono restituiti anche gli anni parigini e la attività di Rosselli come leader di Giustizia e Libertà, le sue pubblicazioni e i rapporti con gli altri movimenti antifascisti in esilio, fino all’assassinio di Bagnoles de L’Orne il 9 giugno 1937. Tranfaglia offre ai lettori non solo italiani la biografia completa di uno dei più grandi combattenti nella lotta al fascismo, l’uomo che prefigurò la repubblica democratica nata infine nel 1946 e che ha contrassegnato il dibattito politico a sinistra anche nel secondo dopoguerra. Nicola Tranfaglia ricostruisce le vicende pubbliche e private di Rosselli, la sua azione e il suo pensiero, le concezioni politiche e culturali alla base di uno tra i maggiori e più originali esponenti dell’antifascismo europeo. In Italia, ma anche a livello internazionale, le ricerche di Tranfaglia sono considerate un imprescindibile riferimento scientifico e culturale per la comprensione del progetto rosselliano: cioè di quel connubio tra pensiero liberaldemocratico e socialismo liberale che in Italia non si è realizzato nel primo sessantennio della Repubblica, ma che oggi la sinistra più avanzata persegue come unica alternativa credibile al populismo autoritario affermatosi negli anni Novanta.

Il pezzo è tratto da qui.