Quattro libri, dopo l’estate

Accanto al cambio dell’immagine della testata (per la quale ringrazio Antoine), suggerisco quattro libri che mi hanno fatto compagnia nelle ultime settimane.

perIsherwood

Chi sia rimasto affascinato da Un uomo solo, pubblicato sempre per i tipi di Adelphi nel 2009, potrebbe rimanere deluso da questo testo autobiografico di Isherwood. Allora, l’attenta costruzione dei personaggi e la precisa intenzione di non scivolare nel morboso dello scandalo, avevano contribuito a realizzare un capolavoro sul labirinto degli affetti. Qui, la narrazione si fa quasi cronaca quotidiana, relazione di dialoghi sulle questioni minime della vita in una città sull’orlo del baratro. Ma a ben vedere, non è delusione di qualche aspettativa, anzi. Al contrario: delusione perché troppo poche sono queste pagine per potersi dire sazi della compagnia di Isherwood. Perché, come succede per i libri davvero classici, alla fine si vorrebbe avere qualche capitolo in più, per poter godere delle parole e dei silenzi di questa persona. Ma come, già te ne vai? Questo il quesito finale, nonostante le duecentocinquanta pagine. Berlino, anni Trenta, si staglia sullo sfondo, fredda e disorientata: non si leggono, ma si annusano le violente certezze del movimento politico che di lì a poco, con i suoi complici, avrebbe inchiodato l’Europa. Ma le persone, come sempre, credono di esser altro dalla politica, apparente fondale di teatro, eppur invece vi sono costrette dalle necessità abitative e lavorative. La vita va avanti, e solo l’occhio delicato di Isherwood riesce a cogliere i drammi individuali, in attesa dello sfacelo.
(Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi 2013)

perPennac87 anni e 19 giorni. 31774 giorni, circa. Messi uno vicino all’altro segnano la misura di un’esistenza qualsiasi, una delle tante in un’era in cui la quarta età trionfa. Un diario, dunque, ma né quotidiano, né intimo, se con questi termini si intende la cronaca degli avvenimenti e delle risonanze emotivi via via che la distensio animi si dipana. Infatti lo stratagemma di Pennac è geniale: scrivere un diario sì quotidiano, perché fatto di giorni, talvolta di ore, ma non intimo nel senso di intimista, ma proprio nel significato che diamo all’aggettivo quando lo usiamo accanto alle parole detergente o igiene. Intimo perché letteralmente “strettissimo”; di più: inseparabile. Più di un amico, che pur è altro da noi, più di qualsiasi legame affettivo. E’ la relazione del protagonista con il proprio corpo, le proprie membra, i propri organi interni ed esterni. Il corpo è nostro (e quindi parrebbe da noi separabile, come l’oggetto dal suo soggetto) ma nello stesso tempo il corpo è noi, il mio corpo sono io. A partire dai 12 anni, il protagonista inizia a segnarsi che cosa il suo corpo comunica. Si inizia con la paura, per l’esigenza di confidare almeno alle pagine scritte le inquietudini di un adolescente. E poi con gli anni diventa cronaca (impietosa, direbbe qualche triste spiritualista) di odori, liquidi, turgori, deiezioni, sommovimenti interni, malattie e trionfi della carne. Pennac ci ricorda che aver cura di noi non è questione di salutismi o altre retoriche, ma proprio di ascolto, di autocoscienza, di dialogo con l’anima, che non è altro che corpo vivente.
(Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli 2012)

perCognetti2Ha sempre ragione Goffredo Fofi, anche se non vorrà mai ammetterlo esplicitamente. E ha ragione quando dice, su Internazionale, che «Cognetti è uno scrittore vero». Da cosa lo capisco? Il mio criterio è questo: lo scrittore è vero quando, nel momento in cui lo leggo, mi viene voglia di scrivere. Non di ri-scrivere quanto egli propone; l’intenzione non è correttiva. Ma proprio un desiderio spontaneo di provarmi a raccontare la mia parte in questa storia d’Italia. Perché Cognetti, attraverso le vicende di Sofia, riesce a comunicare che cosa sia stato il nostro paese negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di storia civile – anche se le pagine sull’Alfa Romeo spiegano meglio di un manuale scolastico la vicenda di quel marchio – ma di storie personali di individui “atomici”, perché quel che emerge, al di là di tutto, è il rincorrersi tra isolamento e solitudine, tra l’esser lasciati soli e il volersi appartare, perché si ha imparato a farlo, perché si è stati costretti ad impararlo. Il boom edilizio, la contestazione e le sue degenerazioni violente, il lavoro come religione, l’universo border-line delle nevrosi e delle dipendenze, il naufragio lento dei matrimoni, la speranza che della propria creatività si possa fare una professione. E, mentre le persone attraversano tutto questo, si rincorrono, si parlano e poi tacciono e poi ricominciano a parlare, sfiorando la salvezza che sta nelle mani del convitato di pietra, l’ascolto.
(Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, Minimum Fax 2012)

perGombroSenza i contributi accessori – l’introduzione di Cataluccio; un breve saggio e la prefazione all’edizione argentina scritti dall’autore stesso – questo onirico romanzo di Gombrowicz risulterebbe molto più arduo da decifrare. Per assumerlo da solo, puro, è necessario abbandonare l’esigenza di comprendere tutto e subito. La Polonia degli anni subito precedenti il Secondo Conflitto mondiale è già di per sé un continente misterioso, che pare descrivibile solo dal bianco-e-nero delle immagini storiche, quasi schiacciata sulla violenza del prossimo invasore. Gombrowicz le restituisce il colore, la tre dimensioni (e forse la quarta e la quinta), i sapori e gli odori delle aule scolastiche, delle villette borghesi, delle case di campagna abitate più da una servitù viva che da padroni che mimano se stessi. La domanda sembra questa: chi è veramente se stesso? Che forma abbiamo quando siamo noi stessi? Ma… Abbiamo davvero una forma, nell’esser noi stessi? L’espediente fantasmagorico è semplice: un trentenne si ritrova costretto a tornare tra i banchi di scuola, con gli adolescenti. Nessun si accorge della sua età più matura ed egli stesso è imprigionato nell’esigenza altrui di “dare forma”. Formazione, educazione, istruzione… Ma anche le ideologie in diffusione, il rinnovarsi dei quadri morali, le mode moderne; oppure le tradizioni, il “si è sempre fatto così fin da quando eri bambino”, le consuetudini, le differenze di classe e di casta. Tutto pretende di dire chi siamo, di disegnare il contorno della nostra identità: Gingio, il protagonista, se ne accorge e la reazione immediata è la paralisi, l’immobilità, l’afonia. Come in quei sogni in cui ci sembra che i nostri movimenti siano costretti, impediti e lentissimi, lo sforzo per liberarsi, per svegliarsi, deve essere enorme.
(Witold Grombrowicz, Ferdydurke, Feltrinelli 2009)

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